(s)Balord-AM-ente.
Ologrammi

Ogni uomo ha uno scheletro nell’armadio di casa.

Orazio ci crede poco a certe frasi fatte e poco colorate di estati aride e di baci e di lenzuola fantasia. La donna in questione è più una strada che una donna, è più un’ora scura di fari limone e di automobili granata che rallentano a ogni minigonna e stivale, a ogni minigonna e stivale, freno, freccia, finestrino, parole, attenzione, negoziato, ruote, contanti, mani, plastica, pentimenti, scheletri, armadi, mattine. Arrivano sempre, le mattine, a sputarci il nostro fetore addosso. Che potevi farti una sega, come in Pulp Fiction. Che non conta se l’hai fatta montare, se, altresì, l’hai lasciata montata, se l’hai pagata, comunque ti sei fermato, testa di cazzo Orazio, le hai parlato, umiliandola lentamente e pericolosamente di vino rosso e di mal di cervello. Sì, beh, a casa non avevi da mangiare, solo prosciutto sdraiato in bustine umide e maionese e insalata, ma, sai, ci sono i fast-food, stupido minchione Orazio, dove mangi parecchio e spendi poco e fai in fretta, dentro e fuori, vecchio sporco bavoso Orazio. Guardala, Orazio, ce la porti, al fast-food?, non ce la porti?, ce la dovresti portare, ce la dovresti portare e lasciarla mangiare in santa e benedetta pace, le dovresti regalare minuti normali, senza guardarle i capelli teatrali, la dovresti riaccompagnare sazia e inviolata, ecco cosa, al suo angolino, alla sua ora scura di fari limone e di automobili granata che rallentano a ogni minigonna e stivale.

Ogni scheletro ha un uomo nella casa dell’armadio.

Ci siamo. Hai vinto tu, Orazio. Ha vinto l’elogio delle minchiate tanto care a te e ai tuoi seguaci di libri e di barzellette, Orazio, Lewis Carroll Orazio. Puoi, finalmente, fare finta che tutto è sogno, arte, fantasia di pochi, smentite dietro l’angolo, al limite, se proprio. Lavati per bene la faccia, Orazio, lavati dietro le orecchie, insisti, c’è odore, sentilo, passa l’aspirapolvere, prepara una pasta cotta come viene, butta l’acqua, stappa il vino delle grandi riconciliazioni, allestisci la cena del bentornato, della mancanza che ti attanagliava lo stomaco e la saliva, confabula tutto il tuo amore stirato, senza scordarti il fiocco, Orazio, e sbrigati, soprattutto, che il treno arriva.

Ogni armadio ha una casa nello scheletro di un uomo.

Mio marito mi ama. Se lo scoprissi a letto con un’altra penserei a un ologramma.

Ogni casa ha un uomo nell’armadio dello scheletro.

I peccati bevono roba forte e si tengono per le palle tutte le mani intrecciate ad altre mani, tutte proprio tutte quelle che ci riesce di immaginare. L’amore è bello, abbiamo guardato un film e ci siamo tenuti le mani tutto il tempo, le mani, le mani, perdio, le mani. Tenersi le mani. Stringersi le dita e accarezzarne il contorno, le unghie, i polpastrelli, lunari e un poco ruvidi, le mani come cartine del mondo, ogni carezza una città, ogni tocco un paese, un ponte, una luna, una strada chiara e una mattina di pioggia profumata. Sì, stiamo in casa e guardiamo un film da lontano, un film che non capiamo, insomma, dai, tutte le storie sono storie d’amore, e la nostra è speciale, come noi mai, noi vita noi, noi solo noi, accarezzami, stupidone, accarezzami le mani, tu sei le mie mani, tu sei le mie mani, tu sei le mie mani.

Le-mie-mani.

35%

Immagino di finire una sigaretta, buttarla con il fumo che mi esce dal naso, buttarla in un tombino, in una chiusa, e osservare la chiusa, il tombino, prendere fuoco, così, e, anche, immagino passare di lì, dalla mia strada e dal mio naso ormai asciutto, a un due metri verso sinistra dal fuoco ormai fuoco, una ragazza bionda, in carne ma non troppo, scollata, che dice: Ah, però, per poi andarsene, ventosa e sudata.

La ragazza bionda, in carne ma non troppo, scollata, la rivedo in un negozio di dischi e di libri, il genere di negozio di dischi e di libri che uno come te vorrebbe proprio gestire, a due passi dal centro, ambiente climatizzato, chiudere la porta, tutto al 35%, al piano di sopra la storia e la filosofia e Charlie ‘Bird’ Parker, ha la nostra tessera?

La sirena dei pompieri squarcia, (l’ho scritto davvero, sì, s-q-u-a-r-c-i-a), l’afa invernale lugliesca, uno dei ragazzi ha un disegno nella destra e la sigaretta nella bocca sinistra, occhi grandi, naso piccolo e fumoso, no tatuaggi, no piercing, probabilmente pervertito, pervertito, la parola pervertito, è scritta con la penna rossa, questo l’identikit, sommario, appuratamente.

La ragazza bionda, in carne ma non troppo, scollata, mi chiede: Ehm, l’hai fatto davvero?, e poi sorride Los Angeles e poi sorride Las Vegas in un colpo solo, e accenna con la testa all’ascensore, Sono la tua redenzione, dice, Il tuo angelo con il petto morbido, dice, Un centinaio di euri, dice, O due, dice.

L’ascensore è tutto afa ghiacciata, la ragazza bionda, in carne ma non troppo, scollata, suda aglio dalla gola, suda rossetto dalle labbra accennate, Vado via, dico, Al piano di sopra la storia e la filosofia e Charlie ‘Bird’ Parker, dico, Adesso premo uno, dico, O due, dico.

Il fuoco del tombino, della chiusa, immagino sia diventato un uccello blu e vagamente fenice, il ragazzo con il disegno nella destra non ha più il disegno nella destra e maneggia un affare pericoloso, sempre nella destra, una fionda, forse, un bonbon, l’uccello blu e vagamente fenice scappa e sbatte le ali e ha nella pancia, trasparente, l’istantanea di un uomo seduto su un tappetino sconcio, a un metro, circa, da numeri arancioni, con le gambe aperte, e con una donna, succosa, di schiena nuda e bollente, a schiacciargli le fiamme nel ventre.

I

Quando stavamo insieme e camminavamo piano, quando camminavamo piano alternando passi e piedi, come una improvvisata danza di cui non eravamo nemmeno gli artefici primi, come una sciagurata dispersione di tempo e di sudori, felici di provare che eravamo invincibili e duri come ossa sane, invincibili e duri come l’intreccio delle mie dite e delle tue dita, legate e incollate con anni e anni e anni, di nuovo.

Beh, quando succedeva questo, Maria, io l’ho visto, io l’ho visto passare davanti al naso e la velocità era indefinita e indefinibile: la lentezza di certe notti, ingenue e bizzarre, lasciava il tempo, lasciava lo spazio alla rapidità rapace di un saluto stanco, alla fretta affamata di una telefonata meccanica e, necessariamente, trovava posto uno starnuto, un sorso d’acqua, un sorriso, anche un bacio sulla guancia, perché no.

Sai, ci sarebbero state, nel mezzo, altre dita, altre mani: ogni tanto le sogno, con gli occhi divelti le sogno: non le vedo passare, non le posso vedere passare, mi limito a immaginarne i contorni del volto, il profumo dei capelli, le smorfie del sonno, l’odore della bocca: questo mi basta e non l’ho neppure deciso io: è così, così che deve essere e così che è.

Abbiamo consegnato, Maria, abbiamo consegnato cartoni chiusi - con lo scotch, quello giusto - ai nostri anni a venire: e, mi dispiace, non possiamo sceglierci una promessa, una carezza, non possiamo pucciarci la mano come ci viene e pescarci un momento, un giorno solo, (o due, per dire): tocca , poco male, il pacchetto completo: le mattine come i pomeriggi e le sere come le notti, le carezze come le vene gonfie e il Natale di quell’anno lì come il maggio di quell’anno là; sì, il grande carosello dei ricordi e dei biglietti dei cinema e delle canzoni di noi, Got no place to go but there’s a girl waiting for me down in Mexico she’s got a bottle of tequila, a bottle of gin and if I bring a little music I can fit right in, e delle fotografie di noi che non esistono, delle fotografie di noi che ci è dato solo proiettare, fantasticare.

Se potessimo tornare indietro, Maria, se potessimo tornare indietro per un capriccio anacronistico di qualcuno un po’ più ingranato di noi, in un gioco che non ci spieghiamo e che, come sempre, ci va benissimo: cosa cambieresti?

Potrei sapere la tua risposta, - la so, in verità - la tua risposta di sogni e di lacrime e, adesso, mi verrebbe da accarezzarti il mento, senza motivo, accarezzarti il mento, con tre dita, soltanto.

Anche lo scrivere, Maria, anche il mondo che ci circonda, come potremmo non esserne infetti, anche in parte, anche di striscio, o forse io, o forse io più di te, forse io che ho vizi generali, poco originali, poco inclini all’eterno o all’assoluto o alle lettere che compongono l’espressione per sempre.

Aggiustare il tiro, o, insomma, dai, anche ingoiare questo nostro sentimento vivo, scattante, questo nostro amore che, come l’aria, non lo vedi, non lo pesi, ma sai che ti circonda, paziente, che ti gira intorno: basta alzare gli occhi da terra, in sostanza: basta alzare gli occhi un po’.

Grazie

Nessuna decisione è finale, tutte si ramificano in altre. (Jorge Luis Borges)

Difficile, difficilissimo non scivolare nel retorico quando si riempiono e si svuotano bollenti scatole di cartone marrone e l’unica parola che ci viene in mente, l’unica parola, tu guarda, inizia con la f di fine e termina con la e di ecco.

Ecco, fine.

Ecco, fine di un mazzo di chiavi, insomma, ecco, fine dei miei due passi in avanti e del mio passo a destra per stanare la tazza del cesso, e, ecco, fine della tazza del cesso, anche.

Ecco, fine del mio posto a tavola, di nuovo, ecco, fine del frigorifero con quel difetto là, tuttavia, ecco, fine del letto a castello, testimone di segreti fraterni, spettatore di sospiri natalizi, teatro di notti d’infanzia e di sogni già addomesticati, ecco, fine del materasso memorabile, della televisione in salotto, dello specchio a figura intera, delle fotografie di noi, delle luci, dei saponi, dei libri, degli inviti, delle scale, del cortile, del negozio che fu, del gatto che fu, del cane che fu, della porta e del portiere disegnati male con un sasso rosso, un pomeriggio d’estate, di anni, ormai tanti, fa.

Ecco, fine dell’esistenza per come la conoscevo, ecco, fine del ruolo che mi stava così bene, così appiccicato, così ingegnato a dovere, in sostanza: farò piangere i miei genitori e, forse, farò piangere mia sorella, non piangeranno i miei fratelli, ma piangerò, ho già pianto, io.

Esco di casa piano, sottovoce, sopravvalutandomi, sottogamba, senza ruotare la maniglia: divento grande e non ho ancora deciso se ne sono capace.  

Resta il grazie più grande che ci sia: che a dirvelo, dai, mi viene quella roba lì, proprio sotto qua: la stessa roba che verrebbe a voi, la stessa, le stesse lacrime, le stesse facce, meglio, forse, lasciare perdere.  

E mi scuserete per questo, e mi scuserete per il resto.  

Disse la vacca al mulo.

Disse la vacca al mulo: Oggi ti puzza il culo.

Disse il mulo alla vacca: Ho appena fatto la cacca.

(Un mio amico e io, estate di tanti anni fa, oratorio feriale di Vedano al Lambro).

Credo si tratti di questo.

E credo si tratti di capire quale destino assurdamente impenetrabile si presti a un bacio, a un incastro con i nostri culi spara-cacca.

Fare della letteratura è tutto ciò che non vorrei. Scrivere e essere pagato per scrivere è tutto ciò che vorrei.

Consideriamo una roba: la mia voce marginale che legge le mie parole superflue in un microfono chiaramente infetto: perdio, no.

E: selve di occhi inconcepibili, gomiti appoggiati, denti come se mi meritassi di assistere alla parata gratuita di denti non miei, peli di naso, dita dei piedi, posti a sedere, sederi cascanti, caschi di capelli, cappelli e immaginarie cappelle e cappotti.

Capponi.

Il cappone è un gallo che è stato castrato per raggiungere maggiore peso e morbidezza, afferma Wikipedia.

A Natale mangiamo il fu magro e virile gallo e immaginiamo di recitare ai commensali pirotecniche versioni di noi abbronzati che ritiriamo premi in cravatta sottile profumati costosamente.

A Natale mangiamo il fu magro e virile gallo e aspettiamo che arrivi sera per andare alla bisca pericolosamente alticci e albini per aderire gaiamente a giochi di carte discutibilmente etici.

Ehm.

Quindici anni fa, di questi tempi, indossavo la maglietta del Brasile, attraversavo la strada, e andavo all’oratorio feriale a giocare a pallone e a scappare dalla messa: oggi ci passo in bicicletta, mentre pedalo per raggiungere il fantomatico luogo di lavoro, e vedo versioni di me e dei miei amici rincorrere lucertole terrorizzate brandendo rami secchi.

Tra pochi giorni mi dovrò munire di cartoni: li riempirò guardando in faccia il letto e i muri di casa mia, salterà fuori qualche errore lontano, qualche urlo strozzato, qualche istante leggendario, magari uno scontrino oppure un pezzo di carta ingiallito.

Finzioni (John Fante) (Rolling Stone)

Ecco John. Sfanghiamocela così. Quattro chiacchiere tra di noi, come due vecchi amici. Garcon. Due bicchieri del chiaretto di Angelo Musso. Ma che dico due bicchieri. Portaci una bottiglia. Anzi. Portaci una caraffa. Che siamo uomini di pietra noi. Siamo italiani.

Anche se, per dirla tutta, hai giocato tutta la vita a fare l’americano, John. A fare lo Smith, il Jefferson, il Richards, il Brown. Nascere da Nick Fante e Maria Capoluongo a Denver non è stato facile. Com’è che ti chiamavano i tuoi compagni di scuola? Dago. Terrone. Mangiaspaghetti. Così ti chiamavano. Perché tuo padre, il vecchio Nick, veniva da un paesino sui monti abruzzesi. Torricella Peligna.

Già, tuo padre. Violento. Fedifrago. Ignorante. Blasfemo. Prepotente. Giocatore. Muratore. Scalpellino. Tu, il primo di quattro figli. Nato l’8 Aprile 1909. Testardo di un John. Tu volevi leggere, volevi scrivere. Ma il babbo non era d’accordo. Trovati un lavoro. Diventa un uomo. I libri sono da froci. Quindi via, John.

È il 1930 e tu scappi. Scappi da Boulder, Colorado. Tenti con Los Angeles. La metropoli. La città delle opportunità. Della ricchezza. Dei vestiti. Delle belle donne. Ti iscrivi all’università. La molli quasi subito. Attacchi con i lavori precari. Cerchi di restare a galla. E scrivi. Scrivi racconti. Hai Henry Louis Mencken dalla tua. Il grande Mencken. Il critico letterario. Ti apprezza, ti esorta a continuare. American Mercury e Atlantic Monthly ti pubblicano con regolarità. Ma i soldi scarseggiano. La mamma spedisce dieci dollari di tanto in tanto. Non bastano. Mangi solo arance. Hai lo stomaco corroso.

E allora cedi. Cedi alle luci di Hollywood. Al profumo dei verdoni. Diventi una puttana. Vendi le parole. Sei uno sceneggiatore, film di serie B. Non ti piace, ti consideri uno scrittore. Un nobile scrittore. Cerchi il tuo posto tra Hemingway e il grande Fedor.  Ma ne arrivano di soldi, John. E allora continui. Ti adatti.

Il tuo primo romanzo lo concludi nel 1936. La strada per Los Angeles (Einaudi, 218pp. 11 euro). Ma viene bocciato. Rifiutato. E non importa se il grande Arturo Bandini nasce in queste pagine. Nessuno lo conosce, ancora. E lui ammazza i granchi. Si fa le pippe. È maschilista. È vile. È un po’ troppo poco politically correct. Te lo stroncano.

Non ti arrendi. Nel 1937 finalmente ti pubblicano. Aspetta primavera, Bandini (Einaudi, 238pp. 11,50 euro). La storia della tua infanzia a Boulder, Colorado. In prima pagina c’è tuo padre che scalcia nella neve e bestemmia. C’è la difficoltà di essere immigrato. Di essere italiano. C’è la tua penna, il tuo stile. L’ironia drammatica delle tue parole semplici. L’attesa della primavera per Arturo e Svevo Bandini.

Nel 1939 ce la fai. Ottieni l’immortalità. Esce quello che in molti considerano il tuo capolavoro. Chiedi alla polvere (Einaudi, 234pp. 11,50 euro). Arriva Camilla Lopez. La messicana. La cameriera. E tu, che sei ancora Arturo Bandini, cerchi di diventare uno scrittore. Cerchi di farti la Camilla. Cerchi di essere un bravo cattolico. Dimmi una cosa, John. Come ti è venuta Camilla Lopez? Dimmelo! È perfetta. È dannatamente perfetta. La vostra storia. Che diventa un triangolo. Niente di nuovo, certo. Tu ami lei lei ama lui lui scopa lei. Ma tu, hai il coraggio di mostrarti nudo. Sei nudo e lo racconti. Racconti la tua nudità. Sei un gigante. Nel 1940 esce Dago Red (Einaudi, 221pp. 11 euro). Una raccolta di racconti.

Nel frattempo sposi Joyce. Sei uno sceneggiatore. Guadagni bene. Ti adagi. Arriva la guerra e non scrivi più. Fai solo il tuo lavoro. Ti godi i dollari hollywoodiani e inizi con il golf. Compri una villa a forma di y sull’oceano. Hai 4 figli. Viaggi per lavoro. Europa. Italia. Francia. Perdi del gran tempo.

Nel 1952 sei in crisi e pubblichi Full of life (Fazi, 151pp. 8,50 euro). Lo fai per dovere. Il libro non ti piace. Ironico, sì. Scritto da Dio, ok. Ma manca qualcosa. È troppo sereno. Non c’è l’urgenza. Non c’è la fame. Ti senti finito.

Gli anni passano, i figli crescono, i soldi si moltiplicano. Ti ammali. Diabete. Proprio come tuo padre. Due gocce d’acqua. John e Nick. Nick e John. Il tempo stringe, lo senti premere alla gola e capisci che è arrivato il momento per entrare nella storia. E allora lo scrivi. Scrivi il più grande romanzo famigliare di sempre. Scrivi un atto d’amore per tuo padre. Ti riconcili. Cedi al sentimento. Partorisci una meraviglia. È il 1977 e La confraternita dell’uva (Einaudi, 232pp. 11,50 euro) vede la luce.

Un anno dopo Charles Bukowski, il poeta alcolizzato, ti rende giustizia. Dice che sei il suo Dio. Ristampa i tuoi libri con la sua casa editrice, la Black Sparrow. Butta giù una meravigliosa prefazione a Chiedi alla polvere. Ti godi la cresta dell’onda. Ma sei vecchio e sei malato. Scrivi ancora, pieno di speranza. Un anno terribile (Einaudi, 122pp. 11 euro) e A ovest di Roma (Einaudi, 214pp. 10,50 euro). Nel 1982 sei cieco e senza gambe. Detti a Joyce il tuo testamento letterario. Torni ventenne e torni Arturo Bandini. Sogni di Bunker Hill (Einaudi, 158pp. 9,50 euro).

Te ne vai in un letto d’ospedale. È l’8 Maggio 1983. Al tuo capezzale Joyce, i ragazzi, gli amici di sempre. La beffa è che verrai riscoperto con violenza dopo la tua morte. Con Joyce che pubblica inediti su inediti. Con La strada per Los Angeles, il romanzo rifiutato, che fa conoscere all’Italia il sublime Arturo Bandini. Ma non fai in tempo a goderti tutto questo. Muori sceneggiatore. Muori da scrittore minore. La riscoperta la vivono i tuoi figlioli. La tua Joyce.

Chissà come te la godi da lassù, adesso. Tra Fëdor Michajlovič Dostoevskij e Ernest Hemingway. Hai dovuto sgomitare, certo. Ma gli immortali hanno fatto posto. Hanno fatto spazio. Signore e signori, hanno detto, Arturo Gabriel Bandini è in mezzo a noi.

buon compleanno

Venti e quanti?, venti e quattro.

Venti e quattro e un locale all’aperto, piuttosto antipatico, com’è che ci siamo finiti?, non toccava a me decidere?, mah.

Il punto è non fissare il telefono: che non arriverà, non arriverà.

Il resto sono fiato e buoni propositi e posacenere affollati.

Il concetto di ricordo è come il concetto di capolavoro: al secondo piano di quella casa, i diciannove anni che ci raggiungono una volta e una volta soltanto, pieni di candele, pieni di promesse; com’è che mi viene da sorridere, ora?, com’è che non ho più niente, dentro?, com’è che mi funziona la vita, adesso?

Facciamo che ho deciso di prendere appunti: ho certe immagini per la testa, di notte, ho certe immagini per la testa.

Sì, certe immagini per la testa, sì, di notte, nel mio letto, non lo vorrei, giuro che ne farei a meno, ma è come se scrivessi: cioè, non è come se scrivessi, è proprio così; c’è chi conta le pecore, c’è chi si pasticcia, c’è chi fissa le pale del ventilatore: io scrivo.

Scrivere: una parola ripugnante.

Gesù, non voglio finire come quelli che scrivono.

Gesù, non voglio finire come quelli che fanno gli scrittori, proprio io, proprio io, proprio io, con la barba e con la gobba e con la sfiga.

Ce la posso fare.

No. Non è vero. Non ce la posso fare.

È il giorno del mio compleanno e non ce la posso fare.

È il giorno del mio compleanno e l’anno scorso non c’eri ma c’eri.

È il giorno del mio compleanno e non mi scappa nemmeno da vomitare.

È il giorno del mio compleanno e il concetto di ricordo è carta straccia. Il concetto di ricordo è carta da culo. Il concetto di ricordo è un’inculata a sangue.

malato

Ci sarebbe da prendere un cane, chiamarlo Adam, e portarlo con me a Capo Nord.

A Capo Nord, in macchina.

Portarlo con me a Capo Nord in macchina e fare foto mentre è mezzanotte e la luce spiazza i benpensanti e i villaggi olinclusif, poi tornare a casa, fare vedere le foto all’abbronzatura degli amici, e c’è il mio sopracciglio alzato che con la luce del circolo polare artico è la morte sua e c’è il mio cane, Adam, che mi lecca la faccia, e attendere, annuendo e fissando un’ipotetica finestra di un’ipotetica casa di un’ipotetica città, che l’abbronzatura degli amici riconosca una certa superiorità intellettuale o, quantomeno, una certa bella presenza fotografica o, quantomeno, un certo fascino da sole notturno o da alci che attraversano la strada all’improvviso.

Sei malato, dice Arturo.

una fine [il gioco dell’incazzatura]

Facciamo il gioco dell’incazzatura: ci sono io che vengo preso a bastonate sui denti da una donna bellissima, da una donna che tutti l’attendono, da una donna che tutti guardano per aria, da una donna che le piace fare la rondine (che se ne va).

Ecco, ho perso.

Ora prova te. E anche te. E anche te. E anche te: perderete.

Ah, che ridere.

Numeri di telefono che non pensavo. E il filo del discorso che.

Che nella Francia abbiamo la sinistra, mi dice un tizio di sinistra.

Sinistra, come no, dico io.

Io, che la politica, io, che i tizi di sinistra, io, che i tizi di destra: un serissimo vomito. Al muro, di spalle, le fustigazioni, i vermi marci, i corrotti figli di puttana, i giorni dell’incazzatura, il gioco dell’incazzatura: funziona.

Funziona che la rondine (che se n’è andata) e che non ha fatto primavera, invece l’ha fatta, primavera.

L’ha fatta in maggio.

E maggio, finalmente, fa ciao ciao con la manina.