Venti e quanti?, venti e quattro.
Venti e quattro e un locale all’aperto, piuttosto antipatico, com’è che ci siamo finiti?, non toccava a me decidere?, mah.
Il punto è non fissare il telefono: che non arriverà, non arriverà.
Il resto sono fiato e buoni propositi e posacenere affollati.
Il concetto di ricordo è come il concetto di capolavoro: al secondo piano di quella casa, i diciannove anni che ci raggiungono una volta e una volta soltanto, pieni di candele, pieni di promesse; com’è che mi viene da sorridere, ora?, com’è che non ho più niente, dentro?, com’è che mi funziona la vita, adesso?
Facciamo che ho deciso di prendere appunti: ho certe immagini per la testa, di notte, ho certe immagini per la testa.
Sì, certe immagini per la testa, sì, di notte, nel mio letto, non lo vorrei, giuro che ne farei a meno, ma è come se scrivessi: cioè, non è come se scrivessi, è proprio così; c’è chi conta le pecore, c’è chi si pasticcia, c’è chi fissa le pale del ventilatore: io scrivo.
Scrivere: una parola ripugnante.
Gesù, non voglio finire come quelli che scrivono.
Gesù, non voglio finire come quelli che fanno gli scrittori, proprio io, proprio io, proprio io, con la barba e con la gobba e con la sfiga.
Ce la posso fare.
No. Non è vero. Non ce la posso fare.
È il giorno del mio compleanno e non ce la posso fare.
È il giorno del mio compleanno e l’anno scorso non c’eri ma c’eri.
È il giorno del mio compleanno e non mi scappa nemmeno da vomitare.
È il giorno del mio compleanno e il concetto di ricordo è carta straccia. Il concetto di ricordo è carta da culo. Il concetto di ricordo è un’inculata a sangue.
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