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Finzioni (John Fante) (Rolling Stone)

Ecco John. Sfanghiamocela così. Quattro chiacchiere tra di noi, come due vecchi amici. Garcon. Due bicchieri del chiaretto di Angelo Musso. Ma che dico due bicchieri. Portaci una bottiglia. Anzi. Portaci una caraffa. Che siamo uomini di pietra noi. Siamo italiani.

Anche se, per dirla tutta, hai giocato tutta la vita a fare l’americano, John. A fare lo Smith, il Jefferson, il Richards, il Brown. Nascere da Nick Fante e Maria Capoluongo a Denver non è stato facile. Com’è che ti chiamavano i tuoi compagni di scuola? Dago. Terrone. Mangiaspaghetti. Così ti chiamavano. Perché tuo padre, il vecchio Nick, veniva da un paesino sui monti abruzzesi. Torricella Peligna.

Già, tuo padre. Violento. Fedifrago. Ignorante. Blasfemo. Prepotente. Giocatore. Muratore. Scalpellino. Tu, il primo di quattro figli. Nato l’8 Aprile 1909. Testardo di un John. Tu volevi leggere, volevi scrivere. Ma il babbo non era d’accordo. Trovati un lavoro. Diventa un uomo. I libri sono da froci. Quindi via, John.

È il 1930 e tu scappi. Scappi da Boulder, Colorado. Tenti con Los Angeles. La metropoli. La città delle opportunità. Della ricchezza. Dei vestiti. Delle belle donne. Ti iscrivi all’università. La molli quasi subito. Attacchi con i lavori precari. Cerchi di restare a galla. E scrivi. Scrivi racconti. Hai Henry Louis Mencken dalla tua. Il grande Mencken. Il critico letterario. Ti apprezza, ti esorta a continuare. American Mercury e Atlantic Monthly ti pubblicano con regolarità. Ma i soldi scarseggiano. La mamma spedisce dieci dollari di tanto in tanto. Non bastano. Mangi solo arance. Hai lo stomaco corroso.

E allora cedi. Cedi alle luci di Hollywood. Al profumo dei verdoni. Diventi una puttana. Vendi le parole. Sei uno sceneggiatore, film di serie B. Non ti piace, ti consideri uno scrittore. Un nobile scrittore. Cerchi il tuo posto tra Hemingway e il grande Fedor.  Ma ne arrivano di soldi, John. E allora continui. Ti adatti.

Il tuo primo romanzo lo concludi nel 1936. La strada per Los Angeles (Einaudi, 218pp. 11 euro). Ma viene bocciato. Rifiutato. E non importa se il grande Arturo Bandini nasce in queste pagine. Nessuno lo conosce, ancora. E lui ammazza i granchi. Si fa le pippe. È maschilista. È vile. È un po’ troppo poco politically correct. Te lo stroncano.

Non ti arrendi. Nel 1937 finalmente ti pubblicano. Aspetta primavera, Bandini (Einaudi, 238pp. 11,50 euro). La storia della tua infanzia a Boulder, Colorado. In prima pagina c’è tuo padre che scalcia nella neve e bestemmia. C’è la difficoltà di essere immigrato. Di essere italiano. C’è la tua penna, il tuo stile. L’ironia drammatica delle tue parole semplici. L’attesa della primavera per Arturo e Svevo Bandini.

Nel 1939 ce la fai. Ottieni l’immortalità. Esce quello che in molti considerano il tuo capolavoro. Chiedi alla polvere (Einaudi, 234pp. 11,50 euro). Arriva Camilla Lopez. La messicana. La cameriera. E tu, che sei ancora Arturo Bandini, cerchi di diventare uno scrittore. Cerchi di farti la Camilla. Cerchi di essere un bravo cattolico. Dimmi una cosa, John. Come ti è venuta Camilla Lopez? Dimmelo! È perfetta. È dannatamente perfetta. La vostra storia. Che diventa un triangolo. Niente di nuovo, certo. Tu ami lei lei ama lui lui scopa lei. Ma tu, hai il coraggio di mostrarti nudo. Sei nudo e lo racconti. Racconti la tua nudità. Sei un gigante. Nel 1940 esce Dago Red (Einaudi, 221pp. 11 euro). Una raccolta di racconti.

Nel frattempo sposi Joyce. Sei uno sceneggiatore. Guadagni bene. Ti adagi. Arriva la guerra e non scrivi più. Fai solo il tuo lavoro. Ti godi i dollari hollywoodiani e inizi con il golf. Compri una villa a forma di y sull’oceano. Hai 4 figli. Viaggi per lavoro. Europa. Italia. Francia. Perdi del gran tempo.

Nel 1952 sei in crisi e pubblichi Full of life (Fazi, 151pp. 8,50 euro). Lo fai per dovere. Il libro non ti piace. Ironico, sì. Scritto da Dio, ok. Ma manca qualcosa. È troppo sereno. Non c’è l’urgenza. Non c’è la fame. Ti senti finito.

Gli anni passano, i figli crescono, i soldi si moltiplicano. Ti ammali. Diabete. Proprio come tuo padre. Due gocce d’acqua. John e Nick. Nick e John. Il tempo stringe, lo senti premere alla gola e capisci che è arrivato il momento per entrare nella storia. E allora lo scrivi. Scrivi il più grande romanzo famigliare di sempre. Scrivi un atto d’amore per tuo padre. Ti riconcili. Cedi al sentimento. Partorisci una meraviglia. È il 1977 e La confraternita dell’uva (Einaudi, 232pp. 11,50 euro) vede la luce.

Un anno dopo Charles Bukowski, il poeta alcolizzato, ti rende giustizia. Dice che sei il suo Dio. Ristampa i tuoi libri con la sua casa editrice, la Black Sparrow. Butta giù una meravigliosa prefazione a Chiedi alla polvere. Ti godi la cresta dell’onda. Ma sei vecchio e sei malato. Scrivi ancora, pieno di speranza. Un anno terribile (Einaudi, 122pp. 11 euro) e A ovest di Roma (Einaudi, 214pp. 10,50 euro). Nel 1982 sei cieco e senza gambe. Detti a Joyce il tuo testamento letterario. Torni ventenne e torni Arturo Bandini. Sogni di Bunker Hill (Einaudi, 158pp. 9,50 euro).

Te ne vai in un letto d’ospedale. È l’8 Maggio 1983. Al tuo capezzale Joyce, i ragazzi, gli amici di sempre. La beffa è che verrai riscoperto con violenza dopo la tua morte. Con Joyce che pubblica inediti su inediti. Con La strada per Los Angeles, il romanzo rifiutato, che fa conoscere all’Italia il sublime Arturo Bandini. Ma non fai in tempo a goderti tutto questo. Muori sceneggiatore. Muori da scrittore minore. La riscoperta la vivono i tuoi figlioli. La tua Joyce.

Chissà come te la godi da lassù, adesso. Tra Fëdor Michajlovič Dostoevskij e Ernest Hemingway. Hai dovuto sgomitare, certo. Ma gli immortali hanno fatto posto. Hanno fatto spazio. Signore e signori, hanno detto, Arturo Gabriel Bandini è in mezzo a noi.

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